da Redazione | Ott 22, 2024 | Consulenze Legali, Diritto civile, Diritto d'Impresa
In ogni fase dello sviluppo, dalla costituzione della start up fino alla sua espansione, l’assistenza legale gioca un ruolo cruciale. Disporre di una solida consulenza legale fin dal principio, non solo riduce il rischio di contenziosi futuri, ma offre anche un vantaggio competitivo, poiché permette alla start-up di concentrarsi sul proprio core business senza preoccuparsi delle insidie legali.
Che si tratti di redigere contratti, proteggere la proprietà intellettuale o garantire la conformità con leggi nazionali e internazionali, l’assistenza legale è uno strumento essenziale per ogni imprenditore che desidera costruire una start-up di successo.
Questo articolo esplorerà quando è necessario rivolgersi a un avvocato, con l’obiettivo di offrire una guida operativa per chi è agli inizi della propria impresa. Per aggiornamenti normativi, invitiamo i lettori a seguirci anche sulle pagine social.
Perché la consulenza legale è fondamentale per una start-up
L’assistenza legale per una start-up non è un lusso, ma una necessità. Molti imprenditori tendono a sottovalutare l’importanza di avere un avvocato al proprio fianco, soprattutto nelle prime fasi di vita dell’azienda. Tuttavia, il supporto legale è cruciale non solo per evitare errori che potrebbero costare caro in futuro, ma anche per navigare in un ambiente normativo in continua evoluzione.
Le start-up affrontano una serie di questioni legali complesse, come la scelta della struttura societaria più adeguata, la redazione di contratti personalizzati e la tutela della proprietà intellettuale.
Inoltre, la consulenza legale aiuta le start-up a evitare controversie con investitori, dipendenti e fornitori, fornendo le basi per operare in modo conforme e sicuro fin dagli albori. Oltre a questo, una corretta assistenza legale offre vantaggi strategici, come la capacità di negoziare con successo i finanziamenti e garantire una governance interna chiara e trasparente. Insomma, l’avvocato diventa un vero partner nel successo dell’impresa.
Le fasi iniziali: quando una start-up ha bisogno di assistenza legale
Nelle fasi iniziali di una start-up, prendere le giuste decisioni è fondamentale per costruire una base solida su cui sviluppare l’impresa. Uno degli aspetti più critici riguarda la scelta della struttura societaria: SRL, SPA, o altre forme giuridiche. La consulenza di un avvocato competente in diritto societario può fare la differenza, aiutando a valutare le opzioni disponibili in base alle caratteristiche dell’impresa, ai soci coinvolti e agli obiettivi di crescita.
Un altro atto indispensabile è la redazione dello statuto e degli eventuali patti parasociali, che definiscono le regole tra i soci e aiutano a prevenire conflitti interni futuri. Questi documenti, se non ben curati dal punto di vista legale, possono diventare una fonte di problemi, soprattutto in caso di espansione dell’impresa o entrata di nuovi investitori.
Inoltre, è essenziale considerare la tutela della proprietà intellettuale. Le start-up innovative devono proteggere marchi, brevetti e idee creative fin dall’inizio. Una corretta assistenza legale garantisce che tutte le pratiche di registrazione siano svolte in modo conforme e tempestivo, evitando che la concorrenza possa appropriarsi di idee o prodotti originali.
Infine, per le start-up che operano online o offrono servizi tramite un sito web, è cruciale predisporre termini e condizioni d’uso chiari e una privacy policy che rispetti la normativa vigente in materia di protezione dei dati (come il GDPR). Questi documenti legali non solo tutelano l’azienda da eventuali reclami, ma dimostrano anche trasparenza e professionalità nei confronti degli utenti e dei clienti.
Contratti fondamentali: stipulare accordi che proteggono la tua start-up
Un altro elemento chiave per una start-up è la gestione dei contratti. Redigere accordi chiari e completi è essenziale per evitare malintesi con partner commerciali, fornitori, dipendenti e clienti. Tra i contratti più importanti ci sono quelli di fornitura, distribuzione e, naturalmente, i contratti di lavoro e quelli per l’e-commerce.
L’assistenza legale è fondamentale per garantire che i contratti siano a prova di contenzioso e che includano tutte le clausole necessarie per proteggere la start-up. Ad esempio, clausole di non concorrenza e riservatezza sono vitali per tutelare il know-how e prevenire che ex dipendenti o collaboratori divulghino informazioni sensibili a concorrenti.
Inoltre, per le start-up che offrono equity o stock options ai propri dipendenti, è indispensabile che questi accordi siano redatti con cura, sia per tutelare l’azienda, sia per attrarre e mantenere talenti chiave. Le condizioni di assegnazione, i tempi di maturazione e le implicazioni fiscali devono essere ben definiti da un avvocato esperto.
Anche in questo caso, i termini e le condizioni d’uso e la privacy policy del sito web sono contratti essenziali per definire i rapporti con gli utenti e garantire la conformità normativa, evitando rischi legali legati alla raccolta e al trattamento dei dati personali.
Gestione dei finanziamenti: come affrontare gli investitori con l’assistenza legale giusta
Quando una start-up cresce e si avvicina a momenti decisivi come la ricerca di finanziamenti, l’assistenza legale diventa essenziale per evitare che eventuali accordi possano compromettere il controllo o la gestione dell’impresa. Uno dei momenti più critici nella vita di una start-up è la negoziazione con gli investitori, che richiede un’attenzione particolare sia in termini di valutazione delle quote sia nella stesura degli accordi di finanziamento.
Nelle fasi di seed capital o nei round di finanziamento (Serie A, B, ecc.), l’avvocato gioca un ruolo chiave nel garantire che i diritti della start-up siano protetti e che le condizioni imposte dagli investitori siano bilanciate. Senza una corretta consulenza legale, una start-up potrebbe trovarsi a cedere una quota troppo elevata del proprio capitale o accettare condizioni svantaggiose che limitano la flessibilità operativa o il potere decisionale dei fondatori.
L’assistenza legale diventa anche cruciale nel gestire le questioni fiscali legate al finanziamento, che variano a seconda della tipologia di investimento. Un avvocato esperto può garantire che tutte le operazioni siano conformi alle normative fiscali e ottimizzate per evitare impatti negativi sul lungo termine. In conclusione, l’avvocato non è solo un difensore degli interessi legali della start-up, ma un vero e proprio consulente strategico nei rapporti con gli investitori.
Assistenza legale in caso di contenziosi e risoluzione delle controversie
Nella vita di una start-up, le controversie possono sorgere in vari ambiti: dai rapporti con i clienti, ai fornitori, ai dipendenti. In queste situazioni, una assistenza legale tempestiva ed efficace è essenziale per evitare che una controversia possa evolversi in un contenzioso giudiziario costoso e dannoso per la reputazione dell’impresa.
Una consulenza legale preventiva può aiutare a gestire i conflitti con una strategia proattiva, attraverso tecniche di risoluzione alternativa delle controversie, come la mediazione, la negoziazione assistita o l’arbitrato. Questi strumenti sono sempre più utilizzati per risolvere controversie in modo rapido e meno dispendioso rispetto alle vie legali tradizionali. Un avvocato esperto può guidare la start-up in questi processi, evitando di ricorrere al tribunale e minimizzando l’impatto sui tempi e sui costi operativi.
Se tuttavia si dovesse arrivare a un contenzioso legale, l’assistenza legale diventa cruciale per difendere gli interessi della start-up, garantendo una difesa adeguata e preparata.
Conformità legale e regolamentare: mantenere la tua start-up in regola
Per una start-up, mantenere la conformità normativa è un aspetto cruciale che richiede una costante assistenza legale. Le normative cambiano rapidamente, soprattutto in settori innovativi come la tutela del software, l’e-commerce e l’innovazione tecnologica. Un supporto legale competente aiuta a garantire che la tua impresa rispetti tutte le normative vigenti, evitando sanzioni che potrebbero compromettere la crescita dell’azienda.
L’assistenza legale è fondamentale per predisporre correttamente documenti come i termini e condizioni d’uso e la privacy policy per i siti web e le applicazioni. Con normative sempre più rigide, come il GDPR, è necessario garantire che il trattamento dei dati personali avvenga in modo conforme, riducendo il rischio di multe significative. Inoltre, la consulenza legale è essenziale per gestire contratti e relazioni con clienti e fornitori, assicurando che ogni accordo sia giuridicamente valido e a prova di contenzioso.
Un altro aspetto critico è la tutela della proprietà intellettuale, che comprende la registrazione di brevetti, marchi e diritti d’autore. L’assistenza legale in questo ambito assicura che la start-up sia protetta da eventuali violazioni, preservando il suo vantaggio competitivo. Anche la gestione di documenti societari, come i patti parasociali e gli accordi di equity, richiede un’attenzione particolare per garantire che le relazioni tra i soci siano regolate in modo chiaro e trasparente.
Le start-up che operano nell’e-commerce devono inoltre rispettare regole specifiche nella stesura dei contratti di vendita, a tutela dei diritti dei consumatori. L’assistenza legale aiuta a mantenere l’impresa in regola con queste normative, evitando contenziosi che potrebbero compromettere la reputazione e la sostenibilità economica. Per un approfondimento, rinviamo agli approfondimenti svolti in una specifica guida all’e-commerce.
Quando una start-up dovrebbe rivolgersi a un avvocato
Ci sono momenti cruciali nella vita di una start-up in cui l’assistenza legale diventa indispensabile. Sono fasi che possono determinare il futuro dell’impresa, e affrontarli senza il supporto di un avvocato esperto può portare a gravi conseguenze. Ecco alcune situazioni chiave in cui una start-up dovrebbe assolutamente rivolgersi a un legale:
- Costituzione e scelta della struttura societaria: Decidere quale forma giuridica adottare è una delle prime decisioni che una start-up deve affrontare. La scelta ha un impatto diretto su aspetti come la responsabilità dei soci, il regime fiscale e le modalità di finanziamento. Senza una corretta assistenza legale, si rischia di optare per una struttura societaria inadatta, con conseguenze negative sul lungo termine.
- Contratti con investitori e partner: La redazione di contratti chiari e completi è cruciale, soprattutto quando si tratta di accordi con investitori o partner commerciali. Questi contratti determinano i diritti e i doveri delle parti coinvolte, e un errore nella stesura può portare a dispute o addirittura alla perdita di controllo dell’impresa.
- Proprietà intellettuale: Proteggere le idee innovative è fondamentale per una start-up, e l’assistenza legale è necessaria per registrare marchi, brevetti e design in modo corretto. Un errore in questa fase può permettere ai concorrenti di sfruttare le tue invenzioni.
- Contenziosi: Quando sorgono controversie con clienti, fornitori o dipendenti, è essenziale rivolgersi a un avvocato per gestire la situazione in modo professionale. Ritardare o sottovalutare questi problemi può danneggiare la reputazione dell’impresa e causare perdite finanziarie.
A chi affidare l’assistenza legale per la tua start-up?
La selezione di un consulente legale per una start-up richiede un’attenta valutazione di diversi fattori, che permettano all’impresa di affrontare al meglio le complesse sfide legali del suo percorso. In particolare, per una giovane azienda è essenziale individuare un professionista che conosca in profondità le dinamiche del settore e le implicazioni normative. Di seguito, vengono illustrati alcuni criteri di valutazione.
- Esperienza specifica: È consigliabile valutare attentamente il livello di esperienza maturato dal legale nel campo delle start-up, con un’attenzione particolare ai settori legati all’innovazione e alla tecnologia. Tale esperienza consente di ottenere consulenze mirate su questioni pratiche e settoriali che possono avere un impatto significativo sulle attività dell’impresa.
- Conoscenza delle normative settoriali: Le start-up spesso operano in contesti altamente regolamentati, come quelli della tecnologia, della finanza o della salute. In questi ambiti, il consulente legale deve essere costantemente aggiornato sulle normative applicabili e in grado di anticipare eventuali evoluzioni legislative che possano interessare l’impresa, offrendo una protezione preventiva e strategica..
- Approccio strategico alla consulenza: Oltre alla risoluzione delle questioni legali immediate, è opportuno valutare il ruolo del legale anche come consulente strategico, capace di supportare l’impresa in modo proattivo, identificando potenziali rischi e offrendo soluzioni che possano favorire la crescita e lo sviluppo della start-up nel lungo termine.
Assistenza legale per start up. Conclusioni
L’assistenza legale per una start-up non è solo una risorsa utile, ma un elemento essenziale per garantire una crescita solida e conforme alle normative. Dalla fase di costituzione alla gestione dei contratti e delle proprietà intellettuali, l’assistenza legale offre protezione e prevenzione dei rischi, permettendo ai fondatori di concentrarsi sull’innovazione e sullo sviluppo del proprio business.
Sapere quando rivolgersi a un avvocato può fare la differenza tra il successo e il fallimento di un’impresa, e disporre di un supporto legale strategico rappresenta un vantaggio competitivo in ogni fase del percorso imprenditoriale. In sostanza, una start-up ben preparata dal punto di vista della compliance normativa ha maggiori possibilità di prosperare e affrontare le sfide del mercato con serenità e sicurezza.
Un caso di studio. Come l’assistenza legale ha trasformato la crescita di NextGen Solutions
NextGen Solutions era una start-up fondata da tre amici, appassionati di tecnologia e innovazione, con una visione ambiziosa: rivoluzionare il settore delle energie rinnovabili attraverso una piattaforma software che facilitasse la gestione e il monitoraggio degli impianti fotovoltaici. All’inizio, come molte start-up, i fondatori erano concentrati esclusivamente sullo sviluppo del prodotto, convinti che la qualità della loro idea avrebbe automaticamente portato al successo. Tuttavia, ignoravano un aspetto cruciale per la sopravvivenza di qualsiasi azienda: l’importanza di un’adeguata assistenza legale.
Nei primi mesi, le cose sembravano andare per il verso giusto. La piattaforma era quasi pronta, i primi potenziali clienti si dimostravano interessati, e i fondatori stavano avviando trattative con alcuni investitori per ottenere i finanziamenti necessari a scalare il business. Ma durante una negoziazione critica per un importante round di finanziamento, NextGen Solutions si trovò di fronte a una decisione complessa: gli investitori volevano ottenere una quota significativa dell’azienda, imponendo condizioni che avrebbero potuto compromettere il controllo della società.
Preoccupati di commettere errori, i fondatori decisero di rivolgersi a un avvocato esperto in assistenza legale per start-up. La consulenza legale si rivelò determinante: l’avvocato li aiutò a rinegoziare gli accordi con gli investitori, proteggendo sia il loro capitale che il controllo decisionale sull’azienda. Grazie a un’accurata revisione dei patti parasociali e degli accordi di equity, i fondatori di NextGen Solutions riuscirono a mantenere il pieno controllo della strategia aziendale, assicurandosi al contempo il capitale necessario per crescere.
Parallelamente, l’avvocato specializzato in assistenza legale lavorò per proteggere gli asset più preziosi della start-up: la sua proprietà intellettuale. Grazie a una serie di interventi mirati, i fondatori poterono registrare il brevetto per la loro tecnologia innovativa, garantendo così la protezione del loro know-how e tutelandosi da possibili imitazioni da parte dei concorrenti.
Ma il lavoro dell’avvocato non si limitò a questo. NextGen Solutions, operando principalmente attraverso una piattaforma digitale, aveva bisogno di predisporre una solida base legale anche per la gestione dei propri utenti. L’avvocato revisionò e migliorò i termini e condizioni d’uso della piattaforma e la privacy policy, garantendo la conformità con le normative europee e internazionali, in particolare con il GDPR. Grazie a questa consulenza, l’azienda non solo si mise al riparo da potenziali sanzioni, ma mostrò anche trasparenza e professionalità ai propri clienti, migliorando la fiducia nel brand.
Con una solida assistenza legale alle spalle, NextGen Solutions poté concentrarsi interamente sulla propria crescita. Oggi la start-up è diventata un punto di riferimento nel settore delle energie rinnovabili, con una piattaforma utilizzata da centinaia di aziende in tutta Europa. I fondatori riconoscono che parte del loro successo è dovuto al fatto di aver compreso l’importanza dell’assistenza legale già nelle prime fasi dell’impresa. Senza l’aiuto di un avvocato, avrebbero potuto commettere errori che avrebbero compromesso il futuro della loro start-up.
Questa storia dimostra chiaramente che l’assistenza legale non è solo un costo aggiuntivo, ma un vero e proprio investimento strategico che può fare la differenza tra il fallimento e il successo di una start-up. Per le imprese che vogliono crescere in un mercato competitivo e regolamentato, la consulenza di un esperto in assistenza legale è uno degli strumenti più preziosi a disposizione.

Il nostro studio legale offre supporto strategico e consulenza personalizzata per startup, garantendo una crescita sicura e conforme alle normative del settore.
da Redazione | Ott 18, 2024 | Diritto d'Impresa, Diritto civile
Come noto, la Direttiva NIS 2 (2555/2022/UE) rappresenta una tappa fondamentale nella regolamentazione della sicurezza informatica a livello europeo. Con l’emanazione del Decreto Legislativo n. 138/2024, l’Italia ha recepito le disposizioni comunitarie, ampliando notevolmente l’ambito di applicazione rispetto alla normativa precedente.
Gli operatori economici che rientrano nell’ambito soggettivo di applicazione della NIS 2 sono chiamati a rispettare precisi obblighi informativi e di gestione dei rischi, nonché ad assicurare l’adozione di misure adeguate e l’obbligo di notificare tempestivamente eventuali incidenti informatici che possano compromettere la sicurezza delle reti.
I soggetti inseriti nell’elenco, predisposto dall’Autorità Nazionale per la Cybersicurezza (ACN), dovranno adempiere agli obblighi previsti dalla normativa entro precise scadenze, come già approfondito in un precedente articolo pubblicato sul nostro sito, al quale facciamo rinvio.
Per quel che qui interessa, la normativa NIS 2 impone una particolare attenzione alla sicurezza della catena di approvvigionamento, con un impatto non trascurabile per i fornitori dei soggetti NIS. Cosa cambierà nei rapporti tra clienti NIS e fornitori?
A ben vedere, la Direttiva NIS 2 e il Decreto Legislativo di attuazione possiedono un perimetro di applicazione più ampio di quanto possa sembrare a prima vista. Sebbene gli obblighi diretti ricadano sui soggetti definiti essenziali e importanti, il meccanismo normativo ha un impatto considerevole anche sui fornitori di tali soggetti.
Il legislatore europeo, consapevole dei rischi che la catena di approvvigionamento può comportare per la sicurezza informatica, ha introdotto l’obbligo per i soggetti NIS di tenere in considerazione la resilienza dei propri fornitori e la qualità delle pratiche di cybersicurezza adottate da questi ultimi. La sicurezza informatica, dunque, non si limita a una dimensione interna, ma si estende lungo tutta la filiera, creando un vero e proprio “effetto a cascata” che investe anche i fornitori a valle.
Questo significa che i fornitori di soggetti critici, pur non essendo direttamente destinatari della Direttiva NIS 2, dovranno comunque adottare misure adeguate per dimostrare di essere conformi agli standard di sicurezza richiesti dai propri clienti.
In sostanza, le imprese fornitrici saranno tenute a integrare nei propri processi di gestione del rischio misure di mitigazione del rischio informatico, al fine di tutelare i propri clienti e, in definitiva, garantire la continuità delle relazioni commerciali. Questo scenario rende la cybersicurezza non solo un obbligo normativo, ma anche un driver di competitività sul mercato. La capacità di un’azienda di dimostrare ai propri clienti di essere compliant con le normative in materia di sicurezza informatica diventa un fattore determinante per mantenere il proprio status di fornitore.
Dal lato dei soggetti inclusi nell’elenco NIS 2, vi è la necessità di integrare la verifica della sicurezza dei fornitori nei processi aziendali. Questo processo dovrà prevedere non solo una valutazione puntuale dei rischi legati ai fornitori diretti, ma anche l’adozione di accordi contrattuali che definiscano con precisione le responsabilità reciproche in materia di gestione dei rischi di cybersicurezza. Le imprese dovranno quindi adottare misure per garantire la protezione delle loro infrastrutture digitali, sviluppando un sistema integrato di sicurezza informatica che coinvolga tutti i soggetti che operano lungo la catena di approvvigionamento.
Catena di approvvigionamento e rapporti con i fornitori nella normativa NIS 2
Per comprendere l’importanza di una corretta governance della sicurezza informatica lungo la catena di approvvigionamento, è indispensabile dare uno sguardo alle disposizioni della Direttiva NIS 2 (2555/2022/UE) e alle previsioni del D. Lgs. 138/2024.
In particolare, già il considerandum n. 85 sottolinea l’importanza di «affrontare i rischi derivanti dalla catena di approvvigionamento di un soggetto e dalla sua relazione con i fornitori, ad esempio i fornitori di servizi di conservazione ed elaborazione dei dati o di servizi di sicurezza gestiti e gli editori di software». Tale necessità deriva dal fatto che la prevalenza di incidenti, in cui i cybercriminali sono stati in grado di compromettere la sicurezza dei sistemi informatici e di rete, interessano prodotti e servizi di terzi fornitori dei soggetti NIS.
I soggetti essenziali e importanti dovrebbero pertanto valutare e tenere in considerazione «la qualità e la resilienza complessive dei prodotti e dei servizi, delle misure di gestione dei rischi di cibersicurezza in essi integrate e delle pratiche di cibersicurezza dei loro fornitori e fornitori di servizi, comprese le loro procedure di sviluppo sicuro».
In particolare, i soggetti essenziali e importanti dovrebbero essere incoraggiati a integrare misure di gestione dei rischi di cibersicurezza negli accordi contrattuali con i loro fornitori e fornitori di servizi diretti. Tali soggetti potrebbero, inoltre, prendere in considerazione i rischi derivanti da altri livelli di fornitori e fornitori di servizi.
Inoltre, l’art. 21 della Direttiva NIS 2, dopo aver stabilito che i soggetti essenziali e importanti devono adottare misure tecniche, operative e organizzative adeguate e proporzionate per gestire i rischi posti alla sicurezza dei sistemi informatici e di rete che tali soggetti utilizzano nelle loro attività, pone un preciso obbligo relativo alla sicurezza della catena di approvvigionamento.
Nel dettaglio, il secondo comma dell’art. 21 della Direttiva NIS 2 dispone che le misure debbano aver riguardo alla «sicurezza della catena di approvvigionamento, compresi aspetti relativi alla sicurezza riguardanti i rapporti tra ciascun soggetto e i suoi diretti fornitori o fornitori di servizi».
Al terzo comma si precisa ulteriormente che, nel valutare quali misure siano adeguate, i soggetti tengano conto delle vulnerabilità specifiche per ogni diretto fornitore e fornitore di servizi e della qualità complessiva dei prodotti e delle pratiche di cibersicurezza dei propri fornitori e fornitori di servizi, comprese le loro procedure di sviluppo sicuro.
Le indicazioni del Legislatore europeo sono state recepite nel nostro ordinamento con l’adozione del Decreto NIS 2 (D. Lgs. 138/2024).
Occorre in primis considerare che il possesso della qualifica di fornitore di un soggetto NIS può comportare, per determinati soggetti, l’inserimento nell’elenco dei destinatari della disciplina. Conviene al riguardo osservare che, ai sensi dell’art. 3, comma 9 del Decreto NIS 2, la normativa si applica anche ai soggetti dei settori o delle tipologie di cui agli allegati I, II, III e IV, indipendentemente dalle loro dimensioni, qualora «il soggetto sia considerato critico ai sensi del presente decreto quale elemento sistemico della catena di approvvigionamento, anche digitale, di uno o più soggetti considerati essenziali o importanti».
Vieppiù, ai sensi dell’art. 24, comma 2 del Decreto NIS, le misure di sicurezza sono basate su un approccio multi-rischio, volto a proteggere i sistemi informativi e di rete, nonché il loro ambiente fisico da incidenti, che comprendono – tra l’altro – anche la sicurezza della catena di approvvigionamento, ivi compresi gli aspetti relativi alla sicurezza riguardanti i rapporti tra ciascun soggetto e i suoi diretti fornitori o fornitori di servizi.
Infine, l’art. 24, comma 3 dispone che, nel valutare quali misure siano adeguate, i soggetti tengono conto delle vulnerabilità specifiche per ogni diretto fornitore e fornitore di servizi e della qualità complessiva dei prodotti e delle pratiche di sicurezza informatica dei propri fornitori e fornitori di servizi, comprese le loro procedure di sviluppo sicuro. Per la medesima finalità i soggetti tengono altresì conto dei risultati delle valutazioni coordinate dei rischi per la sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche effettuate dal Gruppo di cooperazione NIS.
NIS 2 e supply chain. Adempimenti per clienti e fornitori.
In conclusione, è chiaro che l’estensione degli obblighi di cybersicurezza lungo la catena di approvvigionamento ha generato un effetto moltiplicatore che amplia significativamente il perimetro di applicazione della normativa NIS 2. Questo effetto si traduce in una maggiore responsabilità non solo per i soggetti essenziali e importanti, ma anche per i loro fornitori, i quali devono essere consapevoli delle implicazioni normative.
Già lo status di fornitore di un soggetto critico può comportare l’inclusione tra i destinatari diretti della disciplina, come previsto dall’art. 3, comma 9, del D. Lgs. 138/2024. Ma al di là di tale profilo, i soggetti essenziali e importanti sono tenuti a rivedere attentamente i propri processi di approvvigionamento, mantenendo nell’albo fornitori solo coloro che sono in grado di assicurare standard elevati di sicurezza informatica.
Più precisamente, dal punto di vista dei soggetti NIS 2, la crescente attenzione alla sicurezza richiede non solo una valutazione continua dei fornitori già presenti, ma anche l’introduzione di nuove procedure di selezione e mantenimento, che tengano conto delle vulnerabilità dei fornitori lungo tutta la catena di approvvigionamento.
A questo riguardo, è fondamentale che la documentazione contrattuale venga aggiornata e revisionata. Sarà opportuno prevedere clausole specifiche che disciplinino la gestione della cybersicurezza e la ripartizione delle responsabilità nella gestione dei rischi informatici. L’elaborazione di modelli contrattuali ad hoc, specialmente per i fornitori di beni e servizi ICT critici, diventa una pratica essenziale per garantire la compliance normativa.
Parimenti, la modulistica per l’iscrizione o la permanenza nell’albo fornitori dovrà essere aggiornata per dimostrare una piena accountability rispetto agli obblighi previsti dalla normativa, facilitando così i controlli e garantendo trasparenza nelle relazioni commerciali.
Dal punto di vista dei fornitori, il supporto legale è cruciale per affrontare questa sfida in modo strategico. La comprensione dettagliata degli obblighi imposti dalla NIS 2 è necessaria per mantenere la propria competitività sul mercato. In particolare, sarà opportuno adottare modelli e codici di condotta per garantire una gestione efficace non solo della sicurezza tecnologica, ma anche del fattore umano, che rappresenta una componente essenziale nella protezione dai rischi di cybersicurezza.
In tale contesto, anche la formazione del personale diventa un elemento fondamentale per dimostrare che la gestione dei rischi è effettuata in modo adeguato e consapevole.
Il sostegno di un professionista legale con esperienza in cybersicurezza non solo garantisce la corretta applicazione delle normative, ma consente anche di predisporre una strategia a lungo termine per prevenire rischi e gestire le relazioni con i fornitori. Per questo motivo, il nostro Studio Legale ha predisposto una checklist specifica per fornitori e soggetti essenziali/importanti, così da agevolare l’adeguamento alle disposizioni della NIS 2 relative alla catena di approvvigionamento.

Studio Legale D’Agostino: assistenza in cyber security e sicurezza informatica con focus sul Decreto NIS 2, gestione del rischio e incidenti informatici
da Redazione | Ott 16, 2024 | Diritto civile, Diritto d'Impresa, Diritto Penale, Notizie e Aggiornamenti Legislativi
La sostenibilità rappresenta ormai un pilastro fondamentale per le imprese, in particolare alla luce delle nuove normative dell’Unione Europea volte a regolare l’impatto delle attività aziendali sui diritti umani e sull’ambiente. Ne abbiamo già discusso in un precedente articolo.
In questo contesto, la Direttiva (UE) 2024/1760, meglio nota come Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), impone un dovere di diligenza alle imprese di grandi dimensioni per garantire che le loro attività e quelle dei loro partner commerciali siano in linea con gli obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale.
La Direttiva introduce obblighi chiari e vincolanti, che richiedono alle società di identificare, prevenire e mitigare i potenziali impatti negativi lungo l’intera catena di valore. La sostenibilità diventa così non solo un obiettivo etico e strategico, ma anche un imperativo normativo, la cui non osservanza può comportare significative sanzioni e responsabilità civili. L’Unione Europea, con questa direttiva, intende promuovere una trasformazione profonda delle pratiche aziendali, allineandole agli accordi internazionali come l’Accordo di Parigi, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra e di tutelare i diritti umani nelle operazioni globali delle imprese.
Attraverso un quadro giuridico armonizzato, la CSDDD segna un passo decisivo verso un’economia più sostenibile e responsabile, dove la trasparenza e la conformità rappresentano strumenti chiave per favorire una gestione aziendale attenta agli impatti sociali e ambientali. Tale normativa richiede un adeguamento significativo delle politiche interne delle imprese e l’adozione di piani di transizione verso una sostenibilità integrale.
Chi sono i destinatari della Direttiva sulla sostenibilità?
La Corporate Sustainability Due Diligence Directive trova applicazione su un’ampia gamma di imprese, sia costituite all’interno dell’Unione Europea sia operanti nel mercato europeo pur avendo sede legale in paesi terzi. In particolare, la direttiva è vincolante per tutte le società che, nel corso dell’ultimo esercizio finanziario, hanno avuto più di 1.000 dipendenti e un fatturato netto globale superiore a 450 milioni di euro.
Questo parametro tiene conto non solo delle attività svolte direttamente dalla società, ma anche di quelle delle sue filiazioni e dei suoi partner commerciali lungo l’intera catena di valore. Ciò implica che le imprese devono monitorare non solo le loro operazioni interne, ma anche le pratiche adottate dai soggetti con cui collaborano, estendendo così l’obbligo di sostenibilità in modo capillare.
Le disposizioni della direttiva si applicano anche alle società capogruppo che esercitano un controllo su altre entità e che rientrano nei requisiti di dimensione previsti. È altresì importante sottolineare che l’applicazione si estende alle imprese costituite in paesi terzi, a condizione che esse generino un fatturato netto significativo nell’Unione Europea. In particolare, la soglia stabilita per le imprese extra-europee è di 450 milioni di euro di fatturato nell’ultimo esercizio finanziario. Questo aspetto è cruciale, poiché garantisce che le imprese non possano eludere gli obblighi di sostenibilità semplicemente trasferendo la loro sede legale al di fuori dell’Unione, pur continuando a operare nel mercato europeo.
L’obiettivo principale della direttiva è creare un quadro normativo uniforme, assicurando che tutte le imprese con una presenza economica significativa nel mercato europeo, indipendentemente dalla loro sede legale, siano tenute a rispettare gli stessi standard in materia di sostenibilità e responsabilità sociale. Questo favorisce una concorrenza leale tra le imprese e promuove una cultura aziendale orientata alla tutela dell’ambiente e dei diritti umani.
Quando entrerà in vigore la Direttiva sulla sostenibilità?
L’entrata in vigore della CSDDD è scaglionata in diverse fasi, a seconda della dimensione e della tipologia delle imprese coinvolte. Gli Stati membri sono tenuti a recepire la direttiva entro il 26 luglio 2026, data entro la quale dovranno adottare le misure legislative necessarie. Tuttavia, gli obblighi per le imprese entreranno in vigore in maniera progressiva.
Le società con più di 5.000 dipendenti e un fatturato netto superiore a 1,5 miliardi di euro a livello mondiale saranno soggette alla normativa a partire dal 26 luglio 2027. Per le imprese con più di 3.000 dipendenti e un fatturato superiore a 900 milioni di euro, gli obblighi scatteranno dal 26 luglio 2028. Le società di paesi terzi che generano un fatturato significativo nell’Unione, pari a oltre 1,5 miliardi di euro, dovranno conformarsi anch’esse dal 26 luglio 2027, mentre quelle con un fatturato superiore a 900 milioni di euro avranno tempo fino al 26 luglio 2028.
Infine, tutte le altre imprese non rientranti nelle precedenti categorie, inclusi i gruppi più piccoli che operano con modalità di franchising o licenza, dovranno conformarsi agli obblighi previsti dalla direttiva a partire dal 26 luglio 2029. Questo approccio graduale consente alle imprese di adattarsi progressivamente alle nuove norme, in base alla loro dimensione e alla complessità delle loro operazioni.
Obblighi Principali per le Imprese: la due diligence per la sostenibilità
Il cuore della Corporate Sustainability Due Diligence Directive risiede nell’obbligo imposto alle imprese di esercitare un dovere di diligenza accurato e continuo, volto a prevenire, mitigare e, se necessario, porre rimedio agli impatti negativi delle loro attività sui diritti umani e sull’ambiente. Questo dovere si estende non solo alle attività dirette dell’impresa, ma anche a quelle delle sue filiazioni e dei partner commerciali, lungo l’intera catena di valore. La sostenibilità, quindi, diventa un principio guida per tutte le fasi delle operazioni aziendali.
Le imprese sono chiamate a implementare una serie di misure volte a integrare il dovere di diligenza all’interno delle loro politiche e sistemi di gestione. In particolare, devono adottare politiche di sostenibilità ben definite, che prevedano l’individuazione e la valutazione di potenziali impatti negativi legati ai diritti umani o all’ambiente. L’individuazione degli impatti non può essere limitata alla sola attività dell’impresa, ma deve estendersi a tutte le entità collegate, incluse le filiazioni e i partner lungo la catena di fornitura.
In base agli articoli centrali della direttiva, le imprese devono adottare tutte le misure necessarie per prevenire o, laddove non sia possibile, attenuare tali impatti. Questo può includere l’adozione di piani d’azione correttivi, investimenti finanziari per migliorare i processi produttivi, la richiesta di garanzie contrattuali ai partner commerciali e, nei casi più gravi, la cessazione dei rapporti d’affari con i soggetti che contribuiscono agli impatti negativi.
Inoltre, la direttiva impone alle imprese di stabilire e mantenere un dialogo significativo con le parti interessate, compresi i lavoratori, le comunità locali e le organizzazioni non governative, al fine di garantire che gli impatti negativi siano affrontati in maniera partecipata e trasparente. Parte integrante di questo processo è la creazione di un meccanismo di reclamo che consenta a chiunque subisca danni causati dalle attività dell’impresa di presentare una denuncia.
Le imprese devono, infine, monitorare e comunicare pubblicamente l’efficacia delle loro politiche di sostenibilità. L’obbligo di trasparenza impone la pubblicazione di rapporti regolari che documentino i progressi compiuti nel prevenire e mitigare gli impatti negativi, rafforzando così la fiducia degli stakeholder e contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità fissati dalla direttiva.
Lotta ai Cambiamenti Climatici e Piano di Transizione
Uno degli aspetti più innovativi della Corporate Sustainability Due Diligence Directive riguarda l’obbligo per le imprese di adottare un piano di transizione volto alla mitigazione dei cambiamenti climatici. La direttiva stabilisce che le società di grandi dimensioni, oltre a integrare la sostenibilità nelle loro politiche aziendali, devono impegnarsi attivamente nella lotta al cambiamento climatico, in linea con l’Accordo di Parigi e gli obiettivi di neutralità climatica dell’Unione Europea.
Il piano di transizione deve garantire che le strategie aziendali siano compatibili con l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C e di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, come stabilito dal regolamento (UE) 2021/1119.
Le imprese devono fissare obiettivi chiari e temporalmente definiti per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, con tappe intermedie da raggiungere entro il 2030. Tali obiettivi non riguardano soltanto le emissioni dirette dell’impresa (ambiti 1 e 2), ma anche le emissioni indirette lungo la catena di fornitura (ambito 3). La direttiva richiede, inoltre, che le imprese identifichino le principali leve di decarbonizzazione, compresa la revisione dei loro portafogli di prodotti e servizi e l’adozione di nuove tecnologie più sostenibili.
Un aspetto cruciale è la trasparenza degli investimenti e dei finanziamenti destinati a sostenere l’attuazione del piano di transizione. Le imprese devono, infatti, fornire una chiara spiegazione e quantificazione delle risorse allocate per garantire il raggiungimento degli obiettivi climatici. Inoltre, il piano di transizione deve prevedere un ruolo attivo degli organi di amministrazione, gestione e controllo, i quali sono chiamati a supervisionare e guidare il processo di decarbonizzazione.
In questo modo, la sostenibilità climatica diventa non solo un obiettivo strategico, ma un obbligo normativo che richiede alle imprese di operare in maniera responsabile, allineandosi agli obiettivi globali per il clima.
Sostenibilità, ruolo delle Autorità e obblighi di reporting
La Corporate Sustainability Due Diligence Directive attribuisce un ruolo centrale alle autorità di controllo, incaricate di vigilare sull’attuazione e sul rispetto degli obblighi imposti alle imprese dalla normativa. Gli Stati membri dell’Unione Europea sono tenuti a designare una o più autorità di controllo nazionali, le quali devono monitorare con attenzione le attività delle imprese che rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva, assicurandosi che esse rispettino i principi di sostenibilità e responsabilità sociale.
Le autorità di controllo hanno il compito di valutare l’efficacia delle misure adottate dalle imprese per identificare e mitigare gli impatti negativi su diritti umani e ambiente. Tra i loro poteri rientrano l’ispezione, la richiesta di informazioni e la possibilità di imporre sanzioni in caso di violazioni. Le sanzioni possono includere multe significative, fino al 5% del fatturato netto globale dell’impresa, a seconda della gravità della violazione, nonché la pubblicazione di dichiarazioni che identificano le imprese non conformi.
Un altro aspetto cruciale della direttiva riguarda gli obblighi di reporting. Le imprese sono tenute a redigere rapporti periodici che documentino le azioni intraprese per prevenire, attenuare e riparare gli impatti negativi identificati. Tali rapporti devono essere resi pubblici e accessibili, garantendo così la trasparenza nei confronti degli stakeholder e delle autorità di controllo. Il rispetto degli obblighi di reporting è essenziale per assicurare che le imprese operino in modo conforme e responsabile, mantenendo un dialogo costante con le parti interessate e dimostrando il loro impegno verso la sostenibilità.
Il sistema di controllo e monitoraggio previsto dalla direttiva mira quindi a rafforzare la fiducia nel mercato europeo, creando un quadro regolatorio trasparente che incentivi le imprese a migliorare continuamente le proprie performance in materia di sostenibilità e responsabilità sociale.
Obblighi di sostenibilità: sanzioni e responsabilità civile per le imprese
La Corporate Sustainability Due Diligence Directive introduce un quadro di sanzioni rigorose per garantire che le imprese rispettino gli obblighi derivanti dalla normativa. Le sanzioni previste dalla direttiva, che devono essere adottate dagli Stati membri, hanno l’obiettivo di essere effettive, proporzionate e dissuasive. Le autorità di controllo nazionali hanno il potere di imporre sanzioni pecuniarie significative, calcolate sulla base del fatturato netto globale dell’impresa. Le multe possono raggiungere fino al 5% del fatturato netto globale dell’esercizio precedente, una cifra che mira a dissuadere in maniera efficace le imprese dal violare gli obblighi di diligenza in materia di sostenibilità.
Le violazioni che possono comportare l’applicazione di sanzioni riguardano principalmente la mancata identificazione, prevenzione e mitigazione degli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente. Le imprese che non ottemperano alle disposizioni relative alla redazione di rapporti di sostenibilità o che non rispettano i termini dei piani di transizione verso la mitigazione dei cambiamenti climatici sono soggette a sanzioni. Oltre alle multe, le autorità di controllo possono adottare misure aggiuntive, come la pubblicazione di dichiarazioni ufficiali che identificano pubblicamente le imprese responsabili delle violazioni, contribuendo così a danneggiare la reputazione aziendale a livello globale.
Un aspetto centrale della direttiva è l’introduzione della responsabilità civile per le imprese, che permette a persone fisiche o giuridiche di richiedere il risarcimento dei danni subiti a causa di una violazione degli obblighi di diligenza da parte dell’impresa. Le imprese possono essere ritenute responsabili per i danni causati da omissioni o atti intenzionali o negligenti relativi alla mancata adozione di misure preventive o correttive, in particolare se tali violazioni sono correlate a diritti protetti dalla legislazione nazionale o europea.
La responsabilità civile è particolarmente rilevante nel contesto delle catene di valore, dove le imprese possono essere chiamate a rispondere anche per i danni causati dai loro partner commerciali. Tuttavia, la direttiva prevede che le imprese non siano responsabili se dimostrano di aver adottato tutte le misure adeguate per prevenire tali impatti, inclusa la richiesta di garanzie contrattuali ai partner commerciali, la supervisione delle loro attività e l’attuazione di meccanismi di controllo efficaci. In questi casi, la responsabilità può essere condivisa con i partner commerciali, in una logica di corresponsabilità lungo la catena di fornitura.
Un altro punto di rilievo riguarda i termini di prescrizione. La direttiva prevede che i termini per l’avvio di procedimenti per il risarcimento dei danni non siano eccessivamente restrittivi e che, in ogni caso, non siano inferiori a cinque anni. Questo mira a garantire che le vittime di violazioni, siano esse comunità locali, lavoratori o altre parti interessate, abbiano il tempo sufficiente per raccogliere prove e presentare le loro richieste di risarcimento. Inoltre, la direttiva stabilisce che, in caso di controversie, i tribunali nazionali abbiano il potere di ordinare la divulgazione di prove rilevanti da parte delle imprese, purché tali richieste siano proporzionate e non ledano eccessivamente gli interessi legittimi delle parti.
La combinazione di sanzioni pecuniarie, pubbliche e di responsabilità civile mira a creare un sistema di enforcement robusto, capace di incentivare le imprese ad aderire ai principi di sostenibilità e a gestire in modo responsabile gli impatti delle loro attività. Questo approccio rafforza il quadro normativo europeo in materia di diritti umani e ambiente, offrendo alle imprese un chiaro incentivo a migliorare la loro governance e a ridurre i rischi legati alla sostenibilità.
Conclusioni
La CSDDD rappresenta un passaggio fondamentale nel rafforzamento della sostenibilità aziendale e nella promozione di una gestione responsabile delle attività economiche all’interno dell’Unione Europea. Con l’introduzione di obblighi stringenti in materia di diritti umani e ambiente, la direttiva mira a garantire che le imprese, sia europee sia extraeuropee, operino nel rispetto di standard elevati, contribuendo così a costruire un’economia più sostenibile e inclusiva. La normativa richiede alle imprese di adottare misure concrete per individuare e mitigare gli impatti negativi delle loro attività, promuovendo una trasformazione radicale delle loro operazioni lungo l’intera catena di valore.
Il complesso quadro regolatorio introdotto dalla direttiva pone sfide significative per le imprese, che devono adattarsi rapidamente e garantire una piena conformità agli obblighi di diligenza. La mancata osservanza di tali obblighi può comportare sanzioni rilevanti e rischi di responsabilità civile, rendendo indispensabile una gestione attenta e consapevole dei rischi legati alla sostenibilità. In questo contesto, è cruciale che le imprese si dotino di strumenti adeguati per affrontare tali sfide, non solo nel breve termine, ma anche con una visione di medio-lungo periodo.
In particolare, per assicurare una piena conformità normativa e una gestione efficace dei rischi, risulta fondamentale affidarsi a una consulenza legale esperta, capace di guidare le imprese nella costruzione di una strategia di conformità solida e sostenibile. Lo Studio Legale D’Agostino, con la sua vasta esperienza nei processi aziendali, offre un supporto essenziale per le imprese che desiderano allinearsi agli obblighi imposti dalla direttiva, riducendo al minimo i rischi legali e migliorando le proprie performance in materia di sostenibilità. Grazie a un approccio integrato e su misura, lo studio è in grado di assistere le aziende nella creazione di politiche di sostenibilità che non solo rispettino le normative, ma che rappresentino anche un vantaggio competitivo nel contesto globale.
da Redazione | Ott 14, 2024 | Diritto d'Impresa, Consulenze Legali, Diritto civile
La patente edilizia a crediti rappresenta uno strumento giuridico di recente introduzione nel panorama normativo italiano, che riveste un ruolo cruciale per le imprese e i professionisti che operano nel settore dell’edilizia. Questo sistema di qualificazione nasce dalla necessità di garantire una maggiore sicurezza e trasparenza nelle attività svolte nei cantieri temporanei o mobili, e si inserisce in un contesto normativo già consolidato, disciplinato principalmente dall’articolo 27 del Decreto Legislativo n. 81/2008 (Testo Unico sulla Sicurezza del Lavoro) e dal Decreto Ministeriale 18 settembre 2024, n. 132.
L’introduzione della patente edilizia a punti è avvenuta in risposta alla crescente esigenza di regolamentare in modo più efficace la gestione della sicurezza nei cantieri, un ambito in cui spesso si verificano infortuni gravi o mortali a causa di carenze nelle misure di protezione e prevenzione. Questo strumento si propone di responsabilizzare le imprese, monitorando continuamente il loro comportamento e il rispetto delle normative di sicurezza attraverso un sistema basato su crediti. L’iniziativa mira anche a promuovere il miglioramento continuo delle condizioni di lavoro, premiando chi investe in formazione, salute e sicurezza e penalizzando chi si sottrae a tali obblighi. Si pone, in sostanza, come un nuovo strumento di sostenibilità del business nel settore edilizio.
Il Decreto Ministeriale n. 132/2024 ha formalizzato e regolamentato il meccanismo della patente edilizia a crediti, stabilendo non solo le modalità di attribuzione e gestione dei crediti, ma anche le sanzioni previste per le imprese che non rispettano le normative. Si tratta di un tema di estrema attualità per il settore, specialmente in un contesto in cui la sicurezza sul lavoro è sempre più oggetto di attenzione da parte del legislatore e delle istituzioni competenti.
In questo articolo si intende approfondire il funzionamento della patente edilizia a crediti, analizzando i soggetti destinatari, i requisiti necessari per ottenerla, il sistema di gestione dei crediti, le sanzioni previste e la sua rilevanza per le imprese che operano nel settore pubblico e privato.
A chi si applica e come si ottiene la patente edilizia
La patente edilizia a crediti è destinata a una vasta categoria di soggetti che operano nei cantieri temporanei o mobili, indipendentemente dal fatto che siano qualificabili come imprese edili. Secondo l’articolo 27 del Decreto Legislativo n. 81/2008 e il Decreto Ministeriale 18 settembre 2024, n. 132, tale obbligo si applica a tutte le imprese e ai lavoratori autonomi che svolgono attività fisiche all’interno dei cantieri.
Tuttavia, sono previste alcune eccezioni rilevanti. Ad esempio, ne sono esonerati i fornitori che non eseguono la posa in opera dei beni, nonché i professionisti che offrono prestazioni di natura intellettuale, come ingegneri, architetti e geometri. Altrettanto esonerate sono le imprese che dispongono di un’attestazione SOA di categoria pari o superiore alla III. Questo tipo di attestazione certifica che l’impresa ha le qualificazioni necessarie per partecipare a lavori di importo superiore a 1.033.000 euro, e la sua presenza sostituisce l’obbligo della patente edilizia a crediti.
Per ottenere la patente, le imprese devono dimostrare di possedere una serie di requisiti stringenti, volti a garantire il rispetto delle normative vigenti in materia di sicurezza sul lavoro e di regolarità contributiva. Questi requisiti comprendono l’iscrizione alla Camera di Commercio, un elemento basilare per garantire la tracciabilità delle imprese attive sul territorio. Un altro requisito fondamentale è il possesso del DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) in corso di validità, che certifica la regolarità nei versamenti contributivi e previdenziali. Per le imprese soggette alla normativa sulla sicurezza, è inoltre richiesta l’elaborazione del DVR (Documento di Valutazione dei Rischi), un documento cruciale che identifica i rischi specifici presenti nei cantieri e descrive le misure di prevenzione e protezione adottate.
Tra gli altri requisiti essenziali, vi è la certificazione di regolarità fiscale, che attesta la conformità dell’impresa alle normative tributarie, e la nomina del RSPP (Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione), obbligatoria nei casi previsti dalla legge. Oltre alla presenza del RSPP, le imprese devono dimostrare di aver adempiuto agli obblighi di formazione previsti per i datori di lavoro, i dirigenti, i preposti, i lavoratori autonomi e i lavoratori dipendenti. Questa formazione è cruciale per garantire che tutti i soggetti coinvolti nelle attività del cantiere siano adeguatamente istruiti sulle norme di sicurezza e sulle procedure da seguire in caso di emergenza.
Fino al 31 ottobre 2024, il possesso di questi requisiti può essere attestato mediante una autocertificazione, che dovrà essere trasmessa via PEC all’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Tuttavia, a partire dal 1° novembre 2024, sarà obbligatorio presentare una richiesta formale tramite il portale appositamente predisposto. La mancata presentazione della richiesta entro i termini impedirà all’impresa o al lavoratore autonomo di operare nei cantieri. Questa procedura è stata pensata per garantire un elevato livello di sicurezza e conformità normativa in un settore, come quello edilizio, che presenta significativi rischi per i lavoratori e per il contesto in cui si opera.
Come funziona la patente: decurtazione dei punti, sospensione e revoca
Il funzionamento della patente edilizia a crediti si fonda su un sistema di gestione dei punteggi che riflette il grado di conformità delle imprese e dei lavoratori autonomi alle normative in materia di sicurezza sul lavoro e di qualità nell’esecuzione delle opere nei cantieri temporanei o mobili. Al momento del rilascio, a ogni impresa viene assegnato un punteggio iniziale di 30 crediti. Questo rappresenta una soglia di partenza che garantisce la possibilità di operare all’interno dei cantieri, ma la sua gestione richiede un’attenzione costante, poiché il mantenimento di almeno 15 crediti è imprescindibile per continuare a lavorare.
La perdita di crediti è direttamente collegata a violazioni delle normative di sicurezza sul lavoro, accertate tramite provvedimenti definitivi come sentenze o ordinanze-ingiunzione. Ad esempio, la mancata elaborazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), un obbligo fondamentale per tutte le imprese operanti nei cantieri, comporta una decurtazione di 5 crediti. Analogamente, la mancata predisposizione di un Piano di emergenza ed evacuazione, essenziale per garantire la sicurezza in caso di eventi straordinari, riduce il punteggio di 3 crediti.
Anche l’omissione degli obblighi di formazione e addestramento del personale e la mancata costituzione del servizio di prevenzione e protezione comportano decurtazioni, rispettivamente di 2 e 3 crediti. Questi obblighi sono fondamentali per garantire che il personale operante nei cantieri sia adeguatamente preparato e tutelato.
Inoltre, il sistema della patente edilizia a crediti prevede specifiche misure sanzionatorie in caso di infortuni gravi. Qualora si verifichi un infortunio sul lavoro che comporti la morte o un’inabilità permanente del lavoratore, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro può disporre la sospensione cautelare della patente per un periodo massimo di 12 mesi. Tale misura è obbligatoria se l’infortunio è imputabile, anche a titolo di colpa grave, al datore di lavoro, al suo delegato o al dirigente responsabile. La sospensione della patente impedisce all’impresa di proseguire le attività nei cantieri, rappresentando una misura immediata di tutela dei lavoratori e di deterrenza nei confronti delle condotte negligenti.
La patente edilizia può essere revocata nei casi in cui vengano riscontrate dichiarazioni non veritiere sui requisiti necessari per il rilascio. Questo avviene quando, durante i controlli successivi, si accerta che le autocertificazioni fornite dall’impresa o dal lavoratore autonomo non corrispondono alla realtà. La revoca della patente comporta una conseguenza molto seria: l’impresa non potrà richiederne una nuova se non dopo un periodo minimo di 12 mesi dalla data della revoca. Questo lasso di tempo serve come periodo di riflessione e riorganizzazione per l’impresa, che dovrà dimostrare di aver corretto le proprie carenze prima di poter tornare a operare nei cantieri.
Oltre alla gestione delle decurtazioni, il sistema della patente edilizia a crediti prevede la possibilità di incrementare il punteggio iniziale. Le imprese che investono nella sicurezza sul lavoro e che dimostrano di adottare misure volontarie in materia di salute e sicurezza, come la certificazione di un Sistema di Gestione della Sicurezza sul Lavoro (SGSL) conforme alla norma UNI EN ISO 45001, possono ottenere incrementi significativi dei crediti. Anche l’adozione di modelli organizzativi e gestionali conformi all’articolo 30 del D.Lgs. 81/2008 può comportare un aumento dei crediti fino a 40 punti.
Il sistema premia, inoltre, la continuità di buone pratiche: le imprese che non subiscono decurtazioni di punteggio per un biennio possono vedere incrementato il proprio punteggio di 1 fino a 20 crediti, promuovendo un comportamento virtuoso e conforme alle normative nel lungo termine.
Sanzioni
Le sanzioni previste per chi opera senza la patente edilizia a crediti, o con una patente che abbia un punteggio inferiore ai 15 crediti, sono estremamente severe e mirano a garantire la sicurezza sul lavoro e il rispetto delle normative. In particolare, l’impresa o il lavoratore autonomo che si trovino a operare in cantiere senza una patente valida o con un punteggio insufficiente sono soggetti a una sanzione amministrativa significativa, pari al 10% del valore dei lavori.
In ogni caso, la sanzione non può essere inferiore a 6.000 euro, anche se il 10% del valore dei lavori risultasse inferiore a tale somma. Questa misura è stata concepita per garantire che le imprese rispettino gli obblighi di legge e per disincentivare comportamenti negligenti o fraudolenti nel settore edilizio.
Oltre alla sanzione pecuniaria, è prevista l’esclusione dalla partecipazione ai lavori pubblici per un periodo di sei mesi, una misura che può avere gravi conseguenze per le imprese che operano principalmente nel settore delle gare d’appalto pubbliche. Questa esclusione rappresenta una pena aggiuntiva particolarmente incisiva, poiché limita la capacità dell’impresa di accedere a nuove opportunità lavorative durante il periodo di interdizione.
Il combinato disposto di sanzioni economiche e l’esclusione dai lavori pubblici rende chiaro che il legislatore intende garantire la piena osservanza delle normative in materia di sicurezza nei cantieri, creando un sistema in cui le violazioni sono fortemente scoraggiate, non solo tramite pene economiche, ma anche con l’interdizione operativa.
Conclusioni sulla patente edilizia a crediti
In conclusione, il sistema della patente edilizia a crediti rappresenta un importante strumento di controllo e incentivazione per garantire la conformità delle imprese e dei lavoratori autonomi alle normative di sicurezza sul lavoro. Il meccanismo di attribuzione e gestione dei crediti, unito alle sanzioni previste per chi non rispetta gli obblighi, mira a responsabilizzare tutti i soggetti coinvolti nell’attività edilizia, promuovendo il rispetto delle normative e il miglioramento continuo delle condizioni di lavoro nei cantieri.
Per le imprese e i professionisti che operano nel settore della contrattualistica pubblica, ma anche in quello privato, la patente a crediti assume una rilevanza strategica. Da un lato, consente di accedere a opportunità lavorative di rilievo, garantendo una certificazione di qualità e sicurezza. Dall’altro, la perdita dei crediti o la mancanza di una patente valida può comportare l’esclusione temporanea dalle gare d’appalto pubbliche, con gravi conseguenze economiche e operative.
In questo contesto, è essenziale per le imprese e i lavoratori autonomi assicurarsi di rispettare scrupolosamente i requisiti previsti dalla normativa, adottando misure preventive e investendo nella formazione e nella sicurezza. Solo così sarà possibile mantenere e incrementare i crediti necessari per operare in cantiere, evitando le pesanti sanzioni previste dalla legge.
Per garantire la massima conformità e affrontare con serenità le complessità normative, è consigliabile rivolgersi a studi legali specializzati, in grado di fornire assistenza su misura per ogni fase del processo, dalla richiesta della patente alla gestione degli eventuali contenziosi o sanzioni. Lo Studio Legale D’Agostino si pone come partner affidabile per imprese e professionisti, offrendo consulenze personalizzate e un supporto continuo nella gestione della compliance normativa in materia di sicurezza sul lavoro e contrattualistica pubblica.
Scarica qui la Guida Operativa alla disciplina del D.M. 132/2024 sulla patente edilizia
Link esterno: portale ANCE patente a crediti
da Redazione | Ott 2, 2024 | Diritto civile
Il Decreto-legge 69/2024, meglio conosciuto come Decreto Salva Casa, rappresenta una svolta importante nel campo dell’edilizia e dell’urbanistica. Le nuove norme mirano a semplificare le procedure per la regolarizzazione di piccoli abusi edilizi e a facilitare la compravendita degli immobili. L’obiettivo di questo articolo è quello di spiegare in modo chiaro e accessibile le principali modifiche introdotte dal decreto al DPR 380/2001, evidenziando le opportunità che ne derivano per i proprietari di immobili e per i professionisti del settore edilizio.
Le novità del Salva Casa riguardano diversi aspetti chiave, come l’edilizia libera, lo stato legittimo degli immobili, i cambi di destinazione d’uso e le tolleranze costruttive, e puntano a risolvere alcune rigidità normative che spesso ostacolavano la gestione e la valorizzazione del patrimonio immobiliare, specialmente residenziale.
Questo articolo si propone di illustrare in dettaglio tali modifiche e di sottolineare l’importanza di un’assistenza legale specializzata per affrontare queste nuove sfide e opportunità con sicurezza.
Decreto Salva Casa: semplificazioni nell’attività edilizia libera (art. 6 DPR 380/2001)
Una delle principali novità del Decreto Salva Casa riguarda l’attività edilizia libera, disciplinata dall’art. 6 del DPR 380/2001. Con le nuove modifiche, viene ampliata la gamma di interventi che possono essere realizzati senza bisogno di un permesso edilizio, offrendo maggiori possibilità ai proprietari di apportare miglioramenti alle proprie abitazioni in modo più rapido e semplice.
In particolare, il decreto Salva Casa introduce la possibilità di installare vetrate panoramiche amovibili (VEPA) e strutture per la protezione dal sole e dagli agenti atmosferici in regime di edilizia libera. Questo significa che tali interventi, se rispettano determinati requisiti tecnici ed estetici, possono essere realizzati senza dover ottenere un titolo abilitativo, rendendo più agevole la loro esecuzione.
Ad esempio, le vetrate panoramiche amovibili dovranno essere trasparenti e rimovibili, senza creare spazi stabilmente chiusi o aumentare le volumetrie dell’edificio. La loro funzione è principalmente quella di migliorare le prestazioni energetiche e acustiche degli edifici, proteggendo allo stesso tempo dagli agenti atmosferici. Le strutture di protezione dal sole (come tende o pergole con teli retrattili) possono anch’esse essere installate senza permesso, a patto che non modifichino le superfici o i volumi dell’immobile e che siano in linea con l’estetica dell’edificio.
Queste modifiche rispondono all’esigenza di semplificare gli interventi di miglioramento energetico e di protezione degli immobili, permettendo ai proprietari di agire con maggiore libertà e rapidità, senza dover affrontare complessi iter burocratici.
Decreto Salva Casa: nuove regole sullo stato legittimo degli immobili (art. 9-bis DPR 380/2001)
Una delle innovazioni più rilevanti introdotte dal Decreto Salva Casa riguarda la definizione e la dimostrazione dello stato legittimo degli immobili, oggetto dell’art. 9-bis del DPR 380/2001. Le modifiche mirano a risolvere le difficoltà legate alla ricostruzione della conformità edilizia, semplificando la documentazione necessaria e, di conseguenza, agevolando la regolarizzazione degli immobili, soprattutto in occasione di compravendite o interventi di riqualificazione.
In base alle nuove disposizioni, lo stato legittimo di un immobile può essere dimostrato non solo attraverso il titolo abilitativo originario che ne ha autorizzato la costruzione, ma anche tramite l’ultimo titolo edilizio che ha riguardato l’immobile o l’unità immobiliare. Questo elimina l’obbligo di ricostruire la storia edilizia completa dell’edificio, consentendo di fare affidamento sull’ultimo intervento autorizzato. Inoltre, le modifiche chiariscono che, nei casi in cui il titolo abilitativo sia stato già oggetto di verifiche da parte della pubblica amministrazione, non è necessaria una nuova verifica da parte del proprietario o del richiedente, semplificando ulteriormente le procedure.
Un aspetto significativo di questa riforma è la possibilità di considerare regolarizzati anche quegli immobili per i quali è stata presentata una sanatoria edilizia, inclusi gli interventi per i quali è stata pagata una sanzione pecuniaria. Le nuove regole comprendono, tra i titoli legittimanti, anche quelli ottenuti attraverso procedimenti di conformità in sanatoria, ampliando così le possibilità di regolarizzare situazioni che in passato avrebbero potuto creare ostacoli alla commerciabilità dell’immobile.
Inoltre, per gli immobili costruiti in epoche in cui non era necessario un titolo abilitativo edilizio, è possibile fare riferimento alle informazioni catastali di primo impianto o ad altre fonti documentali, quali fotografie, documenti d’archivio o atti privati, integrati eventualmente con i titoli successivi. In questo modo, il decreto riconosce la difficoltà di reperire documentazione storica completa e offre soluzioni pratiche per dimostrare lo stato legittimo, rendendo più agevole la regolarizzazione di immobili di vecchia data.
Decreto Salva Casa: facilitazioni nei cambi di destinazione d’uso (art. 23-ter DPR 380/2001)
Il Decreto Salva Casa introduce anche importanti modifiche all’art. 23-ter del DPR 380/2001, con l’obiettivo di semplificare i cambi di destinazione d’uso degli immobili, riducendo i vincoli burocratici e ampliando le possibilità di riconversione funzionale. La nuova disciplina consente di effettuare cambi d’uso anche in assenza di opere edilizie, a condizione che tali modifiche non incidano sulle categorie urbanistiche principali.
Secondo le nuove regole del Salva Casa, il cambio di destinazione d’uso di un immobile viene considerato rilevante dal punto di vista urbanistico solo se comporta il passaggio da una categoria funzionale all’altra, come ad esempio da residenziale a turistico-ricettiva, produttiva o commerciale. Questo significa che le modifiche all’interno della stessa categoria funzionale, come il passaggio da abitazione a studio professionale, non richiedono l’ottenimento di un nuovo permesso e possono essere realizzate in regime di edilizia libera, a condizione che siano rispettate le normative di settore e le disposizioni comunali. Ciò rappresenta una significativa semplificazione, che rende più rapido e meno oneroso il processo di riconversione funzionale degli immobili, soprattutto nelle aree urbane.
Per i cambi di destinazione d’uso che comportano il passaggio tra diverse categorie funzionali, il decreto Salva Casa prevede comunque una maggiore flessibilità, consentendo tali modifiche senza la necessità di reperire ulteriori aree per standard urbanistici, come parcheggi o spazi pubblici. In questo modo, i proprietari immobiliari possono riconvertire immobili situati in zone urbane, come quelle classificate A, B o C secondo il DM 1444/1968, senza dover affrontare gli oneri aggiuntivi tipicamente richiesti dalle normative urbanistiche. Il tutto, ovviamente, nel rispetto delle condizioni previste dai piani urbanistici comunali, che possono imporre restrizioni specifiche.
Questa riforma del Salva Casa si inserisce in un quadro normativo che cerca di incentivare la riconversione degli immobili dismessi o inutilizzati, promuovendo interventi di rigenerazione urbana e facilitando il riuso di edifici per soddisfare nuove esigenze economiche e sociali. Il cambiamento di destinazione d’uso, infatti, rappresenta uno strumento fondamentale per adattare il patrimonio immobiliare esistente alle mutevoli necessità del mercato e dei territori.
Decreto Salva Casa: nuove soglie di tolleranza per le difformità costruttive e accertamento di conformità
Il Decreto Salva Casa introduce significative modifiche all’art. 34-bis del DPR 380/2001, ampliando e precisando il regime delle tolleranze costruttive. Tali modifiche sono volte a semplificare la gestione delle piccole difformità rispetto ai progetti approvati, riducendo gli ostacoli normativi per i proprietari immobiliari che si trovano ad affrontare irregolarità minime nelle opere realizzate.
La nuova disciplina stabilisce che le tolleranze costruttive ordinarie, già previste in misura del due per cento per gli scostamenti relativi a cubatura, altezza, distacchi e superficie coperta, restano valide per tutti gli immobili. Tuttavia, il decreto introduce soglie di tolleranza differenziate in base alla superficie utile dell’immobile, applicabili agli interventi eseguiti entro il 24 maggio 2024. Tali nuove soglie consentono maggiore flessibilità per gli edifici di dimensioni ridotte, prevedendo tolleranze fino al cinque per cento per le unità immobiliari più piccole. Questo rappresenta un passo avanti significativo nella regolamentazione delle piccole difformità, permettendo la regolarizzazione di interventi che, pur non perfettamente conformi al progetto autorizzato, non incidono in maniera sostanziale sulle caratteristiche edilizie dell’immobile.
Oltre alle tolleranze costruttive, il decreto Salva Casa prevede anche specifiche tolleranze esecutive, applicabili agli errori materiali o difformità di carattere tecnico che si verificano durante l’esecuzione delle opere. In questi casi, le irregolarità, purché non pregiudichino l’agibilità o la sicurezza dell’immobile, non costituiscono violazioni edilizie e non richiedono ulteriori autorizzazioni per la regolarizzazione.
Tale quadro normativo permette una gestione più agevole delle piccole difformità edilizie, riducendo il rischio di sanzioni e facilitando il processo di regolarizzazione delle proprietà, contribuendo così alla valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente.
Il Decreto Salva Casa introduce, inoltre, l’accertamento di conformità per le opere edilizie realizzate in difformità parziale dal titolo abilitativo. Il nuovo art. 36-bis introduce una procedura semplificata per la regolarizzazione delle difformità che non alterano in modo sostanziale l’opera originaria, superando in parte l’obbligo della doppia conformità previsto dall’art. 36 del DPR 380/2001.
In particolare, mentre l’art. 36 mantiene il requisito della conformità sia alle norme urbanistiche ed edilizie vigenti al momento della realizzazione delle opere sia a quelle in vigore al momento della domanda di sanatoria, l’art. 36-bis introduce una significativa deroga per le difformità parziali. Per queste ultime, infatti, è sufficiente che l’opera sia conforme alla normativa urbanistica vigente al momento della presentazione della domanda di sanatoria, senza la necessità di verificare la conformità alle norme vigenti al tempo della realizzazione dell’opera. Questo cambiamento ha un impatto rilevante sulla regolarizzazione edilizia, poiché semplifica notevolmente il processo per i proprietari immobiliari, eliminando uno degli ostacoli principali legati alla doppia conformità.
Inoltre, il nuovo accertamento di conformità prevede l’obbligo, per il richiedente, di presentare una dichiarazione di conformità da parte di un tecnico abilitato, che attesti la conformità delle opere eseguite alle norme urbanistiche ed edilizie attuali. In alcuni casi, le autorità possono subordinare il rilascio della sanatoria all’esecuzione di interventi correttivi per garantire la sicurezza e l’efficienza dell’edificio. In termini di sanzioni, la procedura prevede il pagamento di una somma proporzionale all’aumento del valore venale dell’immobile derivante dalle opere realizzate, una misura pensata per bilanciare la necessità di regolarizzazione con la tutela del bene pubblico.
L’introduzione di questa procedura rappresenta un’innovazione importante, poiché consente ai proprietari di sanare difformità che, pur essendo irregolari, non comportano gravi violazioni edilizie o urbanistiche. La maggiore flessibilità del nuovo accertamento di conformità, unita alla semplificazione delle procedure, offre un’occasione preziosa per la regolarizzazione degli immobili, favorendo al contempo una gestione più efficiente delle risorse urbanistiche e il miglioramento del patrimonio edilizio esistente.
Decreto Salva Casa: alienazione degli immobili abusivi: regole più stringenti (modifica art. 31 DPR 380/2001)
Un ulteriore intervento significativo introdotto dal Decreto Salva Casa riguarda la disciplina dell’alienazione degli immobili abusivi, modificando l’art. 31 del DPR 380/2001. La normativa prevede ora regole più stringenti per la vendita o il trasferimento di immobili che presentano irregolarità edilizie. In particolare, viene ribadito il principio secondo cui non è possibile alienare un immobile abusivo a meno che non sia stato precedentemente regolarizzato tramite sanatoria. Questo divieto di alienazione rappresenta una garanzia per il mercato immobiliare, assicurando che gli immobili trasferiti siano in regola con le normative edilizie e urbanistiche vigenti.
Il Decreto Salva Casa chiarisce che, in caso di trasferimento di un immobile irregolare, è obbligatorio presentare la documentazione che attesti la conformità edilizia. Il ruolo del notaio, in questo contesto, diventa cruciale: egli deve verificare la presenza di tale documentazione prima di procedere con l’atto di vendita o di trasferimento di proprietà. In mancanza della conformità edilizia, l’atto di trasferimento potrebbe essere dichiarato nullo, con conseguenze giuridiche rilevanti sia per il venditore che per l’acquirente.
Le nuove disposizioni non solo tutelano gli acquirenti, ma incentivano anche i proprietari a regolarizzare preventivamente gli immobili prima di metterli in vendita. Inoltre, la normativa prevede sanzioni nei confronti di coloro che cercano di alienare immobili abusivi senza aver provveduto alla loro regolarizzazione, rafforzando ulteriormente il regime di conformità e trasparenza nel mercato immobiliare. Tali misure si inseriscono in una strategia più ampia di tutela del patrimonio edilizio e del corretto sviluppo urbanistico, incentivando comportamenti virtuosi da parte dei proprietari immobiliari.
Conclusioni sul Decreto Salva Casa
Le numerose novità introdotte dal Decreto Salva Casa offrono senza dubbio opportunità significative per i proprietari immobiliari e per i professionisti del settore edilizio, ma allo stesso tempo richiedono una conoscenza approfondita delle normative e delle procedure applicabili. Le semplificazioni apportate dalla riforma, pur essendo concepite per facilitare la regolarizzazione e la gestione degli immobili, impongono una scrupolosa attenzione agli aspetti tecnici e giuridici, al fine di evitare errori che potrebbero avere conseguenze rilevanti, sia in termini di sanzioni sia di commerciabilità degli immobili.
In un contesto normativo così articolato, il nostro studio legale offre un servizio di consulenza specializzata in diritto civile e amministrativo, con particolare attenzione al settore dell’urbanistica e dell’edilizia. Assistiamo i nostri clienti nella gestione delle pratiche di sanatoria, nell’interpretazione delle norme relative alle tolleranze costruttive e alle difformità parziali, e nella regolarizzazione degli immobili ai fini della compravendita. La nostra competenza sul Salva Casa ci consente di supportare i proprietari immobiliari, le imprese e i professionisti del settore nell’adozione delle soluzioni più adeguate per affrontare le sfide normative.
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da Redazione | Set 25, 2024 | Diritto civile, Diritto d'Impresa
I patti parasociali rappresentano uno strumento di regolazione fondamentale nelle dinamiche societarie, particolarmente rilevante nel contesto delle start-up. Queste ultime sono caratterizzate da una fase iniziale di grande incertezza e dinamicità, in cui i rapporti tra i soci e gli investitori devono essere stabilizzati attraverso strumenti giuridici flessibili, che consentano di risolvere ex ante potenziali conflitti e di preservare la stabilità della governance.
Nel presente articolo si approfondirà la natura dei patti parasociali, la loro disciplina giuridica, i limiti e le cause di nullità, e l’importanza che rivestono per le start-up, evidenziandone il ruolo cruciale nella strutturazione dell’impresa e nella gestione dei rapporti tra i soci.
I patti parasociali: definizione e disciplina normativa
I patti parasociali sono accordi negoziali tra i soci di una società (o tra i soci e terzi), stipulati con lo scopo di regolare specifici aspetti della vita societaria, spesso in deroga o integrazione rispetto alle norme statutarie o legislative. Essi rappresentano una manifestazione dell’autonomia contrattuale dei soci, consentendo di disciplinare materie che lo statuto potrebbe non trattare in maniera dettagliata o che richiedono flessibilità nell’interpretazione delle regole societarie.
A differenza dello statuto o degli atti costitutivi, che disciplinano in modo formale e pubblico l’organizzazione e il funzionamento della società, i patti parasociali sono accordi privati, vincolanti esclusivamente per i soci contraenti e non per la società o per i soci non firmatari. La natura privatistica di questi accordi rende i patti parasociali particolarmente adatti a governare dinamiche interne specifiche, come il coordinamento del voto in assemblea, la nomina degli amministratori, la distribuzione degli utili o la regolazione della cessione delle partecipazioni sociali.
A livello normativo, i patti parasociali trovano la loro disciplina principale negli artt. 2341-bis e 2341-ter del Codice Civile, che si riferiscono specificamente alle società per azioni. L’articolo 2341-bis prevede che la durata dei patti parasociali non possa superare i cinque anni, salvo diversa pattuizione. Qualora i patti siano stipulati senza indicazione di una durata, essi si intendono automaticamente vincolanti per il termine di cinque anni, e la loro proroga deve essere esplicitamente concordata tra le parti contraenti. La proroga tacita non è ammessa, al fine di evitare vincoli perpetui che potrebbero compromettere la libertà contrattuale dei soci.
È importante sottolineare che, sebbene i patti parasociali non siano soggetti a pubblicità obbligatoria nelle società non quotate, nelle società quotate i patti devono essere resi pubblici e comunicati alla Consob, ai sensi dell’art. 122 del Testo Unico della Finanza (TUF). In mancanza di tale pubblicità, i patti parasociali perdono efficacia e non sono opponibili ai terzi.
Limiti ai patti parasociali e cause di nullità o invalidità
Sebbene i patti parasociali costituiscano una manifestazione dell’autonomia contrattuale dei soci, la loro stipulazione non è priva di limiti. I patti, infatti, non possono violare norme imperative o l’interesse generale della società, pena la loro nullità o invalidità. Tra i principali limiti ai patti parasociali, possiamo individuare, ad esempio, la durata eccessiva: il Codice Civile impone un limite massimo di cinque anni per i patti parasociali nelle società per azioni, salvo diversa pattuizione. Una durata superiore a cinque anni senza consenso esplicito delle parti o una proroga tacita renderebbe nullo l’accordo, poiché violerebbe le disposizioni imperative. Questo limite temporale mira a evitare vincoli contrattuali eccessivi che potrebbero comprimere la libertà contrattuale dei soci a lungo termine.
Inoltre, i patti parasociali non possono violare norme imperative dell’ordinamento giuridico. Ad esempio, non possono essere stipulati accordi che violino le regole sulla governance societaria previste dal Codice Civile, come la libertà di voto nelle assemblee o il diritto alla distribuzione degli utili secondo le quote di partecipazione. In tali casi, il patto potrebbe essere dichiarato nullo ai sensi dell’art. 1418 c.c.
In altri casi, sono stati ritenuti invalidi i patti che pregiudicano l’interesse generale della società. Un esempio è dato dai patti che limitano eccessivamente l’autonomia decisionale degli amministratori o che impediscono lo svolgimento di operazioni necessarie alla crescita o alla sopravvivenza della società. I patti che compromettono la funzionalità degli organi sociali o che paralizzano le decisioni strategiche vitali della società sono considerati contrari all’interesse sociale e, di conseguenza, nulli.
Inoltre, stando alla giurisprudenza prevalente, gli accordi parasociali devono rispettare il principio di parità di trattamento tra i soci, garantendo che tutti godano degli stessi diritti e doveri in proporzione alle loro partecipazioni. Patti che discriminano alcuni soci a favore di altri, senza una giustificazione legittima, sono considerati contrari al principio di uguaglianza e possono essere dichiarati nulli.
L’importanza dei patti parasociali nelle start-up
Nelle start-up innovative, la proprietà intellettuale (brevetti, software, marchi) e il know-how tecnico rappresentano spesso gli asset più preziosi, fondamentali per il vantaggio competitivo dell’impresa. I patti parasociali possono includere clausole volte a proteggere questi beni immateriali, assicurando che non vengano utilizzati impropriamente o sfruttati dai soci al di fuori del contesto societario.
In questo senso, le clausole di non concorrenza e non divulgazione (NDA) diventano cruciali: esse possono prevedere, ad esempio, che i soci fondatori non possano avviare attività concorrenti o che siano tenuti a mantenere riservate le informazioni aziendali sensibili, garantendo così che la proprietà intellettuale rimanga protetta anche in caso di uscita di uno dei soci.
Inoltre, nelle start-up è comune la necessità di gestire con attenzione le exit strategy. I patti parasociali permettono di disciplinare in modo dettagliato le modalità con cui i soci possono cedere le proprie partecipazioni o come la società stessa possa essere venduta a terzi.
Vi sono, per citare alcuni esempi, clausole come il drag-along, che consente al socio di maggioranza di obbligare i soci di minoranza a vendere le loro partecipazioni a un potenziale acquirente; oppure il tag-along, che garantisce ai soci di minoranza il diritto di partecipare alla vendita alle stesse condizioni del socio di maggioranza, sono strumenti fondamentali per assicurare trasparenza e equilibrio nelle operazioni di cessione, prevenendo situazioni conflittuali e proteggendo gli interessi di tutte le parti coinvolte.
Infine, un ulteriore aspetto rilevante riguarda la gestione dei conflitti e la prevenzione dello stallo decisionale, una questione particolarmente critica nelle start-up, dove i fondatori spesso hanno visioni divergenti su come guidare la crescita dell’impresa. I patti parasociali possono includere meccanismi di risoluzione delle controversie, come l’arbitrato o la mediazione, che offrono soluzioni rapide e meno costose rispetto al contenzioso giudiziale. Inoltre, possono prevedere sistemi per evitare lo stallo decisionale, come l’adozione di clausole che richiedano maggioranze qualificate per decisioni strategiche o meccanismi di risoluzione forzata dei conflitti.
In definitiva, i patti parasociali si rivelano strumenti essenziali per le start-up, in quanto permettono di governare in modo efficace le relazioni tra i soci, preservando la stabilità della governance e favorendo la crescita armoniosa della società. Essi fungono da rete di protezione per affrontare eventuali conflitti futuri e per garantire che le decisioni critiche vengano prese nel rispetto degli interessi comuni, senza compromettere la flessibilità e l’agilità che sono caratteristiche distintive delle imprese in fase di avvio.
Start-up, cessione di equity e partecipazione attiva nella società
I patti parasociali rivestono un ruolo cruciale nelle start-up non solo per regolamentare i rapporti tra soci, ma anche per assicurare che chi riceve quote di equity giustifichi il proprio coinvolgimento attraverso un contributo lavorativo concreto e continuativo.
In una start-up, spesso i soci fondatori, oltre a investire capitale, offrono le proprie competenze operative, tecnologiche o manageriali, essenziali per il successo dell’impresa. Tuttavia, l’attribuzione di equity non dovrebbe mai essere considerata un “premio” fine a sé stesso, ma piuttosto un incentivo che richiede una costante partecipazione attiva allo sviluppo del progetto.
Attraverso i patti parasociali, è possibile stabilire obblighi specifici per i soci che ricevono quote di capitale. Questi accordi possono includere clausole che vincolano il socio a determinati compiti o obiettivi, legando il mantenimento delle quote al raggiungimento di performance lavorative o all’effettivo impegno nella gestione dell’impresa. Tale struttura non solo motiva i soci a lavorare efficacemente per la crescita della start-up, ma assicura anche che l’equity distribuita sia legata a un apporto reale e misurabile.
Inoltre, i patti parasociali possono prevedere meccanismi di c.d. “vesting”, in cui le quote vengono acquisite progressivamente nel tempo, in modo da incentivare i soci a rimanere impegnati a lungo termine nel progetto. Se un socio decidesse di abbandonare l’impresa o non rispettasse i propri impegni, i patti possono stabilire la restituzione delle partecipazioni o la riduzione del loro valore, proteggendo così la società da una distribuzione ingiustificata di capitale.
In sintesi, i patti parasociali nelle start-up sono fondamentali per garantire che l’equity sia non solo una ricompensa, ma uno strumento di responsabilità, legato alla dedizione lavorativa e al contributo reale che ogni socio apporta alla crescita dell’impresa.
Conclusioni in punto di patti parasociali
In conclusione, i patti parasociali rappresentano un pilastro fondamentale nella regolamentazione delle dinamiche interne di una società, soprattutto nel contesto delle start-up. La loro capacità di adattarsi alle specifiche esigenze dei soci e di integrare la disciplina prevista dallo statuto consente di gestire con maggiore precisione e flessibilità i rapporti tra i soci fondatori e gli investitori, assicurando al tempo stesso una governance solida e trasparente. Se utilizzati correttamente, i patti parasociali possono prevenire conflitti, proteggere gli asset strategici della società, e garantire una gestione equilibrata delle partecipazioni e delle decisioni societarie più importanti.
Tuttavia, è essenziale che tali accordi vengano redatti con attenzione, nel rispetto dei limiti imposti dalla legge e dalla prassi giurisprudenziale. La presenza di clausole che violano norme imperative, ledano l’interesse della società o pregiudichino i diritti dei soci non firmatari potrebbe condurre alla nullità o all’invalidità dei patti, compromettendo l’equilibrio societario. Di conseguenza, è sempre consigliabile che i patti parasociali siano redatti con l’assistenza di professionisti legali competenti, in modo da garantire la conformità normativa e la tutela degli interessi di tutte le parti coinvolte.

Exit strategy e acquisto di quote societarie – Assistenza legale dello Studio D’Agostino – Roma